Tra il 1980 e il 1991 fu pubblicato negli Stati Uniti un fumetto destinato a cambiare il modo di raccontare la realtà attraverso le vignette: Maus di Art Spiegelman, un racconto autobiografico incentrato sul rapporto tra l’autore e il padre, un ebreo polacco scampato all’Olocausto ed emigrato in America. Il racconto alterna sapientemente passato e presente, mostrando le reali e drammatiche vicende vissute dal giovane Vladek Spiegelman negli anni del nazismo e come queste abbiano influito sulla sua vita successiva (e sul rapporto con il figlio Art) negli Stati Uniti. La narrazione è caratterizzata da una potente metafora: gli ebrei sono raffigurati come topi antropomorfi, i tedeschi come gatti, i polacchi come maiali, i francesi come conigli e così via.
Nel 1992, l’opera di Spiegelman è stata la prima graphic novel in assoluto a ricevere un premio Pulitzer in una nuova categoria, segnando di fatto la consacrazione del fumetto come genere dotato di una propria dignità.
Art Spiegelman è stato ed è una delle voci più autorevoli nel mondo dei fumetti, un’arte cui ricorre non per distrarci dal mondo in cui viviamo ma per esporne piuttosto gli aspetti più crudi e indigesti, così come ha fatto nel successivo volume L’ombra delle torri, testimonianza sull’11 settembre, e nei suoi interventi su pubblicazioni americane quali il New York Times.
A chi non avesse ancora letto Maus, l’estate potrebbe offrire l’occasione ideale per rimediare. E se vi occorre un po’ di incoraggiamento, nella gallery trovate 10 buone ragioni per (ri)leggere uno dei migliori fumetti di sempre.
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