(Foto: TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)È possibile prevedere un terremoto? Finora la risposta è no. Ma dal 2007 la rete internazionale Collaboratory for the Study of Earthquake Predictability (Csep) è alla costante ricerca di diversi modelli predittivi dei terremoti che siano sempre più efficienti. E ora, secondo i primi risultati, apparsi sulla rivista Seismological Research Letters, sembrerebbe che i primi test siano positivi, gettando nuova luce su come sia possibile calcolare la probabilità che si verifichino terremoti. Ma, precisiamo, la strada è ancora molto lunga.
La rete internazionale testa modelli di previsione in quattro centri: California, Nuova Zelanda, Europa (tra cui l’Italia, con l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia), Giappone. L’idea fondamentale della Csep è abbastanza semplice in linea di principio: vengono proposti dei modelli di previsione deterministica e probabilistica dei terremoti. A quel punto, per valutare le prestazioni di un determinato modello, si fa un confronto con i terremoti che avvengono successivamente e le previsioni fatte da quel modello, verificando quanto questo sia stato accurato.
Un esempio di modello predittivo è stato proposto dai ricercatori della Stanford University, secondo cui il meccanismo di innesco dei terremoti chiamato teoria dello stress di Coulomb, che suggerisce come le variazioni (ovvero l’accumulo e il rilascio) di stress nel materiale geologico deformato possano trasferirsi attraverso le faglie per promuovere nuovi sismi, possa essere utilizzato per le previsioni. La loro analisi, applicata alla sequenza del terremoto di Canterbury del 2010-2012 in Nuova Zelanda, suggerisce che i modelli basati sul trasferimento dello stress siano molto più promettenti per le

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