(foto: Getty Images)La Corea del Nord è la più imponente potenza dell’hacking mondiale. Gli hacker sono istruiti dal Reconnaissance General Bureau, l’agenzia di intelligence nazionale che guarda all’estero, l’omologo della Cia americana. Quando sono pronti per l’impiego, gli hacker vengono dislocati fuori dai confini, di norma nei paesi che hanno le migliori infrastrutture internet e dai quali possono sferrare attacchi di ogni sorta lasciando il minore numero di tracce possibili senza potere essere accostati in modo certo a Pyongyang.
La situazione è stata ricostruita da Patrick Winn, reporter della rete radiofonica Public Radio International (Pri) di Minneapolis (Minnesota).
Reuters ha parlato di questo fenomeno un anno fa e, nel frattempo, non si è mai avuta la certezza che gli attacchi siano stati sferrati su ordine della Corea del Nord, anche se i sospetti portano tutti alla capitale Pyongyang. Wired.com ne aveva parlato in tempi non sospetti, nel 2003, un’era geologica di internet fa.
Per la Corea del Nord l’hacking è strategico e in eterno divenire, tant’è che dalle campagne malware i collettivi di hacker di stato hanno spostato sempre di più il focus sulle banche.
Collettivi, al plurale, perché i gruppi sono diversi. Ci sono molteplici unità, battaglioni di cyber soldati, tra cui spiccano le più famose, ovvero l’Unità 110, l’Unità 121 (nota anche con il nome di Lazarus) e l’Unità 180. Gruppi che agiscono a volte ognuno per sé e altre volte di concerto. Secondo l’Australian Strategic Policy Institute il regime impiega almeno 1.700 hacker, a cui si vanno aggiunte 5.000 persone di supporto.
Da Lazarus e WannaCry

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