Salvatore Ligresti, l’immobiliarista e finanziere morto ieri a 86 anni, ha passato la prima parte della sua vita ad accumulare miliardi attraverso dubbie scalate finanziarie e la seconda a continuare ad accumularli per poi esserne del tutto spossessato dalle condanne giudiziarie.
L’epilogo di Ligresti è in realtà uno strascico tardivo delle inchieste di Tangentopoli: e, vista la fine che ha fatto,  potremmo definire la parabola del finanziere uno dei pochi successi della magistratura italiana che ha tentato di scardinare il sistema delle mazzette, degli appalti truccati, dei soldi facili. Capire però chi ha vinto e chi ha perso in questa guerra di denaro, presunti tesori nascosti e crac societari non è semplice.
Parliamo di un personaggio che ha attraversato tutte le fasi altalenanti dello sviluppo economico del nostro paese. A partire dalla Milano del dopoguerra, fiutando le occasioni di business grazie anche a rapporti di amicizia, d’affari e politici con chi ha mosso  le leve del potere in Italia: dal banchiere Enrico Cuccia al venerabile Geronzi (P2) passando per Bettino Craxi e Silvio Berlusconi. Il successo finanziario di Ligresti è direttamente proporzionale al numero e alla qualità di questi rapporti.
Per questo la sua crescita subisce una battuta d’arresto a partire dal 1992, cioè quando esplode Mani Pulite. Da quel momento farà avanti e indietro almeno un paio di volte dal carcere, e fino alla morte sarà colpito da condanne giudiziarie: le ultime nel 2013, quando il Tribunale di Torino gli commina 6 anni per aver falsificato il bilancio del suo impero assicurativo, la Fondiaria-Sai (600

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