(foto: Sogin)Quando si parla di energia atomica, ogni decisione ha conseguenze a lunghissimo termine. Non solo perché le scorie impiegano secoli, se non millenni, prima di tornare inerti. Ma anche perché le operazione richieste per costruire, o smantellare, una centrale richiedono decenni di lavoro. È per questo che quando l’Italia ha detto di no al nucleare, forse non tutti si erano resi conto che le decisioni dei padri, in quel caso almeno, le avrebbero pagate i figli. Direttamente in bolletta.
Dal 2000 Sogin (società nata come costola dell’Enel e poi passata alle dirette dipendenze del ministero dell’Economia e delle finanze) si occupa del decommissioning italiano, cioè dello smaltimento delle quattro ex-centrali atomiche del nostro paese e delle scorie radioattive prodotte da altre fonti (impianti a scopo medico e di ricerca), sovvenzionata anche dai soldi prelevati direttamente dalle bollette elettriche degli italiani. Dopo 18 anni di attività è dunque lecito chiedersi: a che punto siamo? La risposta arriva direttamente dall’amministratore delegato Luca Desiata, che ha presentato a Roma i dati sulle attività di Sogin del 2017, e sui progetti previsti per il 2018.
Attività 2017
Lo scorso anno per Sogin – ha raccontato Desiata – è stato il secondo migliore da sempre in termini di attività di decommissioning. In totale, sono stati avviati progetti per 63,2 milioni di euro, cifra superiore del 13% alla media degli ultimi sette anni. La società inoltre ha diminuito fortemente l’organico, con un taglio del 6,4% dei costi per il personale. E ha incassato un accordo con la Nuclear

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