La Tesla Model X che il 23 marzo si è scagliata contro uno spartitraffico a Mountain View, prendendo fuoco e uccidendo Wei Huang, 38 anni, un ingegnere della Apple, aveva attivato il sistema di guida autonoma. Il conducente, però, non aveva le mani sul volante. Secondo la ricostruzione dell’azienda guidata da Elon Musk «aveva ricevuto diversi segnali e un avvertimento audio. Ha avuto circa 5 secondi e 150 metri per attenuare l’impatto prendendo il controllo del veicolo».
L’incidente arriva a pochi giorni da quello di una vettura Volvo che stava testando un sistema di guida autonoma Uber, che usa un’altra tecnologia, e che ha ucciso una donna che attraversava la strada in bici. Non è il primo incidente mortale per una Tesla a guida autonoma, era successo anche nel 2016: la vittima fu Joshua Brown.

La tecnologia nel frattempo è cambiata. In un post sul blog Tesla ha difeso il suo sistema ricordando che prevede che il pilota tenga le mani sul volante. E che con il programma autopilot la probabilità che avvenga un incidente negli Stati Uniti è inferiore 3,7 volte rispetto alla guida umana.
Ci sono diverse statistiche del genere, resta il fatto che per Tesla l’incidente arriva nel momento peggiore della sua storia. In pochi giorni ha dovuto richiamare 123 mila Model S a causa di un problema ad un componente del servosterzo. La produzione della Model 3 non decolla. E a Wall Street il titolo ha lasciato sul terreno miliardi di capitalizzazione.

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