La cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Torino 2006“Le vuoi tu le Olimpiadi?”. “No io no, aspetto. E tu invece, non eri interessato?”. “Sì, prima sembrava di sì poi si sono ricordati che le abbiamo bocciate a Roma quindi no, tutto bloccato”. Quello sulle Olimpiadi invernali del 2026 somiglia a un dialogo da teatro dell’assurdo. Ci mancava solo il governatore del Veneto Luca Zaia a infilarsi nel risiko delle candidature: “Sto parlando con Trento e Bolzano: sarebbe bello candidare l’intero complesso dolomitico – ha detto ai microfoni di Radio Cusano Campus – questa potrebbe essere un’Olimpiade low cost e rispettosa dell’ambiente. Noi abbiamo un comprensorio sciistico che è unico, è tutto pronto. Noi ci siamo e la candidatura la presentiamo”.
Mentre Milano non sembra troppo interessata o almeno non vuole bruciarsi (“Noi non ci facciamo avanti, la designazione spetta al Coni – ha spiegato il sindaco Beppe Sala – se il Coni ritenesse che Milano è una buona candidatura guarderemo con interesse alla cosa”) Torino vive una doppia crisi d’identità. La prima è col passato prossimo su coordinate diverse, con quel settembre scorso in cui la sindaca di Roma Virginia Raggi ha distrutto ogni prospettiva identitaria per una città in caduta libera mettendo definitivamente la parola fine alle Olimpiadi del 2024, che andranno ai vicini Parigi, segno che era il turno dell’Europa e poteva essere davvero la volta buona per la Capitale. Sarebbe bastato chiedere ai romani e invece tutto è passato dal solito giro gerarchico intestino dei pentastellati.
La seconda crisi è quella interna che ha fatto saltare il consiglio comunale per l’assenza di

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