Lo scorso autunno la Triennale di Milano ha ospitato la testimonianza di Annie Warburton sul futuro della creatività ai tempi della manifattura 4.0. La presentazione della Warburton, direttore creativo del «Craft Council UK», ovvero l’ente che nel Regno Unito sostiene le attività di artigiani e piccole imprese, non si è limitata a riaffermare la possibilità di affiancare le tecnologie e saper fare della tradizione. Si è spinta più in là. Forte dei risultati di un rapporto di ricerca commissionato a Kpmg dal titolo evocativo «Innovation through Craft», ha messo in evidenza il potenziale di innovazione che deriva dall’incontro di artigianalità e nuove tecnologie. Ha colpito, fra i tanti casi ripresi nella relazione, quello del medico sportivo e della ricamatrice che insieme collaborano alla realizzazione di una maglietta in grado di registrare attraverso sensori diffusi i parametri vitali di un atleta in azione. L’incontro fra due forme di sapere tradizionalmente considerate come incompatibili genera innovazione e qualità nei settori tradizionali così come in quelli più innovativi, nelle piccole così come nelle grandi imprese.
A prima vista, le tesi avanzate dal «Craft Council» risultano ai più fin troppo avanguardiste per il contesto italiano. In verità il comprensibile atteggiamento di perplessità verso le tesi del «Craft Council» tende a sottostimare l’importanza di tante sperimentazioni avviate nel corso degli ultimi anni nel nostro paese. I settori che hanno sperimentato l’incontro virtuoso fra tecnologia e saper fare artigiano sono diversi. Attualmente in Italia non è disponibile un rapporto di ricerca comparabile a quello sviluppato da Kpmg,

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