(foto via Pixabay)Anni e anni di ricerche ci hanno permesso di accumulare una serie di evidenze scientifiche, con diversi gradi di certezza, relativamente alla sicurezza di ciò che consumiamo, che siano alimenti o beni di altro tipo. Nel caso delle sigarette, per esempio, sappiamo ormai che il fumo di tabacco fa male, e che non esiste una dose di sicurezza, sotto la quale ci si possa dire esenti da rischi. Lo sappiamo – anche – per i messaggi antifumo che campeggiano sui pacchetti di sigarette, corredati di immagini forti, pensate con la precisa intenzione di informare, ma anche impressionare e così, almeno teoricamente, dissuadere dall’acquisto, dal consumo e da possibili dipendenze. Un sistema di etichettatura simile è stato appena proposto anche per le bevande alcoliche e il caffè, per motivi diversi ma in fondo riassumibili allo stesso modo: consumi eccessivi possono essere dannosi e il consumatore ha il diritto di saperlo. Meglio dirlo, meglio evidenziarlo. Ma ci sono evidenze a sostegno che avvertire, anche con messaggi forti e chiari, i consumatori, li dissuada davvero dalle loro scelte? E dovremmo forse farlo per tutto ciò che sappiamo essere rischioso? Perché? Ma andiamo con ordine e vediamo chi ha proposto cosa.
L’alcol come le sigarette?
Solo pochi giorni fa la Royal Society for Public Health (Rsph), una charity britannica per educazione alla salute, proponeva un nuovo metodo per l’etichettatura delle bevande alcoliche, nell’ottica, spiegava, di affrontare il vuoto relativo alla consapevolezza sui rischi per la salute legati al consumo di alcol. Meno di una

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