Monitoriamo praticamente tutto: il numero di passi che facciamo, i chilometri di corsa, le vasche in piscina; gli smartwatch ci dicono se è il momento di alzarci dalla sedia perché siamo seduti da troppo tempo, ci chiedono anche di prendere un bel respiro, ogni tanto. L’idea di fondo dei produttori di tecnologia è di offrire tutto questo per “migliorare” la nostra vita quotidiana, renderla più attiva e consapevole, tra una notifica di WhatsApp e una di Facebook. Ebbene, non funziona. Perché nessuno ci dice se è il momento di spegnere le chat, nessuno ci informa su quante volte abbiamo aperto Facebook, Instagram o magari twitter durante il giorno. Basterebbe guardare un numero per impressionarci, forse.
Tony Fadell ha preso una posizione che qualche tempo fa si sarebbe potuta considerare coraggiosa, e forse lo è ancora nel microscopico ma molto globale e ricchissimo gotha dei top manager della Silicon Valley: «Gli adulti soffrono di dipendenza, non solo i bambini!». Era un commento alla notizia della lettera dei due investitori Apple preoccupati dagli effetti negativi dell’uso degli smartphone. È uno spartiacque. Fadell non è l’ultimo arrivato: è un ex Apple, considerato il padre dell’iPod, poi fondatore di Nest, l’azienda che con un termostato intelligente è riuscita a farsi comprare da Google per 3,2 milioni di dollari quattro anni fa. Il mondo della tecnologia si preoccupa di come fare in modo che gli utenti la usino di meno. Un paradosso, ma che ha un senso: ricorda quando le aziende elettriche hanno iniziato, al netto

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