2013, Oprah premiata da Obama con la medaglia presidenziale della libertà (foto: Win McNamee/Getty Images)Oprah Winfrey l’otto gennaio ha ritirato il Golden Globe alla carriera. Prima ancora di essere brava attrice Oprah (il cognome è superfluo) è conduttrice, imprenditrice e produttrice: una delle personalità più influenti dello star system americano, e come tale è praticamente un’istituzione.
Quando ha concluso il suo evocativo discorso di accettazione del premio prevedendo un “nuovo giorno all’orizzonte”, con nuovi leader grazie ai quali “nessuno dovrà dire ancora me too“, in rete si trovavano già hashtag come #Oprah2020 e nei giorni seguenti la possibilità di una sua candidatura alla presidenza è stata seriamente discussa.
L’idea di Oprah come candidato alla presidenza, naturalmente con il Partito Democratico, non è nuova. Per esempio, come ha notato il giornalista Alfonso Lucifredi, Michael Moore ne parlava provocatoriamente in un suo libro già nel lontano 2003, e ha rincarato la dose nel 2016 proponendo anche, in alternativa, Tom Hanks.
Insomma, se i repubblicani vincono candidando delle celebrità come l’attore Ronald Reagan o il golfista l’imprenditore Donald Trump, perché non lo dovrebbero fare i democratici? Ovunque è ora possibile leggere discussioni i pro e (soprattutto) i contro di quello che viene presentato come un gioco al ribasso, ma tra i più accesi critici della proposta ci sono anche scienziati, scettici e cacciatori di bufale in genere. Come mai?
La ragione è che Oprah sarà anche un idolo liberal, un megafono per campagne dei diritti civili e un esempio di donna di successo, ma di quel successo hanno goduto anche i ciarlatani che sono entrati nelle case degli

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