L’etichetta sull’origine degli alimenti? Già a rischio

Siamo alle solite. Tirata da una parte dai consumatori, che pretendono il diritto di sapere cosa mangiano, e dall’altra dai produttori, che preferiscono nella maggior parte dei casi poter lavorare nell’ombra, la Commissione europea deve decidere adesso da che parte stare. Il rischio è che la tanto attesa etichetta sull’origine degli alimenti (arrivata lo scorso aprile per latte e derivati, in arrivo a febbraio per pasta e riso) venga cancellata o almeno resa meno chiara. “La consultazione andrà avanti fino a fine gennaio, con un dibattito acceso tra le lobby dei produttori e i consumatori. Poi ci vorranno parecchi mesi per conoscere il contenuto definitivo del regolamento d’attuazione”, mi spiega Pier Virgilio Dastoli, a lungo direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea e presidente del Comitato italiano del Movimento Europeo (Cime). “Bene che se ne parli, per sollevare comunque attenzione su un tema molto importante”.
Il tema è sicuramente sentito, e a ragione. Le recenti leggi italiane, volute dal ministro Martina e Calenda per introdurre l’obbligo di indicare in etichetta l’origine della pasta, del grano o del latte, sono leggi sacrosante, semplicemente un diritto a cui è ormai impossibile rinunciare. Anche perché oggi la consapevolezza sul tema nutrizione è alta, e sono ben note le differenze che possono esserci, ad esempio, tra una pasta prodotta con grano canadese e una con grano italiano, fosse anche solo nella possibilità di trovare tracce del tanto contestato glifosato.
Succede però che il regolamento 1169/2011, che nella teoria difende questo diritto, sta appunto per arrivare

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