(Foto: RICHARD BOUHET/AFP/Getty Images)Nelle profondità al di sotto dell’Appennino meridionale, esattamente nell’area del Sannio-Matese ci sarebbe una sorgente di magma in grado di generare terremoti di magnitudo più forte rispetto a quelli registrati in questa zona fino ad oggi. A raccontarlo sulle pagine di Science Advances è stato un team di ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e del dipartimento di Fisica e geologia dell’università di Perugia, che con il loro studio compiono un importante passo in avanti sulle conoscenze della struttura, composizione e sismicità delle catene montuose, sui meccanismi di risalita dei magmi e dei gas e su come monitorarli.
Come precisa Francesca Di Luccio, geofisica dell’Ingv e coautrice della ricerca, le catene montuose sono solitamente caratterizzate da terremoti riconducibili all’attivazione di faglie che si muovono in risposta a sforzi tettonici. Ma, concentrandosi su una sequenza sismica anomala, avvenuta tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014 nell’area del Sannio-Matese con sismi di magnitudo massima 5, il team di ricercatori ha scoperto che questi terremoti sono stati innescati da una risalita di magma nella crosta tra i 15 e i 25 chilometri di profondità. “Un’anomalia – precisa l’esperta – legata non solo alla profondità dei terremoti di questa sequenza (tra 10 e 25 chilometri), rispetto a quella più superficiale dell’area (< 10-15 chilometri), ma anche alle forme d’onda degli eventi più importanti, simili a quelle dei terremoti in aree vulcaniche”.
I terremoti della sequenza sismica del Sannio-Matese del 2013-2014 rivelano la presenza di magma in profondità che può essere

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