I bitcoin fanno le cose in grande: non solamente dal punto di vista finanziario, ma anche sotto quello dei furti e delle truffe. Il 7 dicembre scorso ignoti hanno derubato la piattaforma NiceHash di quasi settanta milioni di dollari in moneta virtuale. Un furto imponente, tuttavia esiguo di fronte agli oltre 650.000 bitcoin prelevati tra il 2013 e il 2014 dal sito giapponese MtGox per un controvalore all’epoca di circa 700 milioni di dollari, ma che oggi sarebbero stati valutati più di otto miliardi.
La storia dei bitcoin è sempre stata accompagnata da furti più o meno clamorosi, e questo anche grazie ad alcune caratteristiche proprie della criptomoneta come la mancanza di un’autorità centrale che fa sì che nessuno possa invalidare o annullare una transazione dopo che questa è stata effettuata. Le transazioni sono irreversibili e non esiste alcun potere che possa fare percorrere il cammino inverso alle cripto monete una volta che un trasferimento è eseguito.
I furti di bitcoin si basano sul possesso della chiave crittografica privata del possessore legittimo della valuta. Questa chiave, detenuta con diverse modalità, non può essere “indovinata” da alcun programma e, assieme a quella pubblica, certifica tutte le operazioni eseguite sul portafoglio dai possessori di moneta virtuale.
A volte il furto avviene impossessandosi di password e username del sito al quale un utente ha affidato i suoi bitcoin attraverso la sua chiave privata. In altri casi ad essere hackerato è proprio lo stesso sito sul quale avvengono gli scambi di criptomoneta, come è stato nel caso

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