Sacchetti per frutta, verdura e pesce, ecco la ragione per cui possiamo arrabbiarci

Mentre il mondo scivola in una crisi nucleare, con tanto di sfida fra chi ha il bottone rosso più grosso, l’Italia affronta una polemica fondamentale da cui il Paese potrebbe uscire profondamente cambiato: quella sui sacchetti biodegradabili e compostabili per pesare frutta, verdura, carne, pesce, affettati e in generale prodotti sfusi nei supermercati.
Un costo notevole, per un Paese che – tanto per fare un esempio – dilapida 49 miliardi di euro alle slot machine: a seconda delle previsioni, dalla forchetta 4-12 euro l’anno paventata da Assiobioplastiche ai 50 sbandierati dal Codacons, che parla di “tassa introdotta dal governo” e delinea lontani e sgangherati collegamenti di chi produce questi sacchetti col Pd di Matteo Renzi, cavalcando pericolosamente una bufala circolata su social e chat. Certo è che per come è stata gestita pure il bustagate sarà l’ennesima tegoletta con cui i dem avranno a che fare alle urne, specie in certe fasce di popolazione.
Fuori dalle provocazioni, di cosa stiamo parlando? Di un codicillo infilato lo scorso 3 agosto, già coi piedi dei parlamentari sul bagnasciuga, nella legge di conversione di un decreto-legge che non c’entra nulla con la tutela dell’ambiente, il cosiddetto “dl Mezzogiorno”. L’articolo 9-bis (mai fidarsi dei bis) della legge n.123/2017 (che a sua volta modifica un decreto legge di anni fa, il 152/2006) prevede che le borse di plastica non possano essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità debba risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati.

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