Dickens: L’uomo che inventò il Natale è solo un altro Canto di Natale

C’è una mitologia propria del cinema secondo la quale quando si racconta di un grande scrittore nel momento in cui sta per scrivere la sua opera più importante, lo si deve fare fingendo che la sua vita in quel momento abbia seguito il medesimo andamento di quella storia lì, che fosse piena dei medesimi personaggi che si troveranno nel libro e che in buona sostanza tutto intorno alla sua vita riflettesse la sua arte. È un luogo comune del cinema, una sua sclerosi ripetuta dai film più svogliati e meno vogliosi di inventarsi qualcosa.
La descrizione calza bene Dickens: L’uomo che inventò il Natale, film corretto e impeccabile tanto quanto prevedibile e scontato sul momento in cui Charles Dickens ha scritto il suo Canto di Natale. Lo scrittore era diventato famosissimo grazie ad Oliver Twist, era ricco dopo un’infanzia passata a lavorare, ma i suoi romanzi successivi non avevano avuto un successo nemmeno paragonabile, almeno fino a che non ha deciso di lavorare a qualcosa di natalizio, che non lo fosse solo nella storia ma anche nella confezione e chiaramente nell’uscita. Nasce così la madre di tutte le storie natalizie.

Intorno a questa parte più interessante, sulla genesi di un successo, il film di Bharat Nalluri (già regista di Il Corvo 3) imbastisce una serie di trame parallele molto confuse. Una ovviamente ha a che vedere con Charles Dickens, tempestato da visioni dei personaggi di cui sta scrivendo, come se loro stessi gli dessero indicazioni, e che viene trascinato a vedere i

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