La frizione è il più grande nemico dell’efficienza: il tempo che si perde nel cercare un documento o dei dati, quello richiesto a prenotare una stanza per una riunione, quello per regolare un proiettore prima di un meeting o per segnare gli appuntamenti in agenda. Piccole cose. Alle quali AWS (la divisione dei servizi cloud di Amazon) ha deciso di dire basta. L’annuncio di pochi giorni fa a Las Vegas riguarda Alexa, l’assistente virtuale dell’azienda: un prodotto (con i vari altoparlanti smart da piazzare in casa e adesso in ufficio) ma in realtà anche un servizio di intelligenza artificiale costruito nel cloud di Amazon. Un servizio estendibile tramite API ad altri sistemi (potrà leggere le informazioni ad esempio di Salesforce, Outlook e Google Suite e di decine di altre applicazioni aziendali) il cui obiettivo non è sostituire i dipendenti di una azienda, ma contribuire ad eliminare l’attrito che le attività più ripetitive e banali fanno accumulare tutti i giorni.
Questo impiego dell’intelligenza artificiale declinata nel mondo del lavoro è forse il cavallo di Troia per far entrare il machine learning in ufficio. Un insieme di tecnologie che Amazon ritiene mature per fare sia da nuova interfaccia alla “macchina intelligente”, cioè capace di raccogliere l’input dell’utente, elaborarlo e restituire un output, con l’apparente magia del riconoscimento vocale, l’analisi semantica, la ricerca trasversale su base dati diverse, l’attuazione di ordini strutturati anche nel mondo fisico grazie alla domotica (alza e abbassa la temperatura della stana, le luci, le tapparelle) e la sintesi vocale

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