In questi anni ci siamo abituati a profezie sull’avvento di una nuova economia popolata da “pari” i quali, grazie alle possibilità offerte dalla rete, condividono tra loro risorse materiali e immateriali secondo la logica del «quel che mio è tuo», come recita il titolo di uno dei testi sacri sulla sharing economy.
Non è andata proprio così. Con poche eccezioni, la condivisione di risorse in alternativa al consumo proprietario si è scontrata con la dura realtà, rivelandosi una strada poco praticabile soprattutto per i piccoli oggetti quotidiani che popolano l’immaginario di chi sogna l’ascesa di un’economia di ispirazione comunitarista.
Nel frattempo «sharing economy» è divenuta l’espressione usata per descrivere una galassia di pratiche e modelli organizzativi, frutto di una trasformazione profonda della struttura di impresa e del coordinamento del lavoro, in cui soggetti non professionali mettono a disposizione beni e offrono servizi (seguendo la retorica “sharing”, condividono beni, tempo e competenze) secondo combinazioni di volta in volta variabili.
Grazie alla riduzione dei costi di comunicazione e di coordinamento servizi che fino a qualche anno fa erano monopolio esclusivo di professionisti vengono offerti sul mercato da soggetti molto diversi tra loro per solidità economica, competenze, professionalità. Celebrata con una pletora di neologismi più o meno felici (prosumer, produser), la nascita di un’economia p2p (peer-to-peer) si accompagnerebbe all’inesorabile declino dell’economia b2c (business-to-consumer), il cui futuro sarebbe costretto entro piccole nicchie di mercati specializzati. Alcuni comparti – trasporti e turismo su tutti – starebbero tracciando la rotta verso un modello di organizzazione economica passibile di sviluppi

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