Progettare significa dare una dimora ai nostri pensieri, tradurli in forme riconoscibili in modo tale da affidarli alla comprensione degli altri. Ma chi sono gli “altri” in grado di comprendere i pensieri più profondi, ma anche contraddittori, di noi progettisti, ovvero di coloro i quali, per vocazione professionale o anche per i casi della vita, sono chiamati a disegnare gli spazi, gli oggetti, gli strumenti con i quali agiamo nella società? Certamente parliamo della nostre case, ma le nostre case sono anche l’estensione dello spazio, naturale e artificiale, che abbiamo intorno, città, paesaggi, percorsi; insomma tutta la nostra esistenza vive sospesa in un precario equilibrio, tra tensioni individuali e necessità collettive, tra dimensione utopica e razionalità e regole universali. E’ un vecchio problema che ha sempre occupato le migliori menti, non solo gli architetti e i designer; basti pensare al testamento filosofico di Platone, la famosa “Settima Lettera”, nella quale, riflettendo su tutte le sconfitte storiche che ha dovuto subire nella sua vita di “consulente progettuale” del potere politico, il vecchio filosofo rivede in modo profondo la sua teoria, fondata sulla contrapposizione tra “idea” e “mondo reale”, individuando in una sorta di riformismo e di adattamento dell’utopia alla realtà, la possibilità di agire concretamente nella vita collettiva degli uomini, fino ad affermare che la ruota di un maniscalco qualunque contiene, comunque, l’idea del “cerchio perfetto”.
Ecco, da qui forse è necessario sviluppare le nostre riflessioni intorno ai limiti del pensiero progettuale, rispetto al fatto che siamo costretti a vivere all’interno di

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